Elogio del relativismo
A quanto ci riferiscono i media, il Papa accenna molto sporadicamente al tema della pace (in Medio-Oriente e, più in generale, nel mondo). I suoi interventi, da vari pulpiti e tribune, riguardano quasi sempre famiglia, aborto, eutanasia, scuole private e, al disopra di tutto, un malinteso relativismo.
È stato il predecessore, con molti più filtri legati all’immagine di mite santità che l’accompagnava, a cominciare questa crociata che porta sul banco degli imputati l’illuminismo, come causa di tutti i mali che hanno portato ai totalitarismi del secolo passato.
Al contrario, mi sembra evidente che i valori promossi dai pensatori illuministi e messi in pratica dalla Rivoluzione francese fossero di tutt’altra natura: libertà, uguaglianza e fraternità, tra l’altro perfettamente aderenti ai messaggi evangelici dei primi cristianesimi.
Sarà perché i lumi della ragione furono accesi in buona misura dalle conquiste della scienza e della tecnica, contro cui la chiesa ha sempre condotto furiose battaglie di retroguardia. Le religioni nascono principalmente per fornire risposte a fenomeni inspiegabili e perdono terreno davanti alle scoperte scientifiche. Tradizione e reazione contro il progresso. Non sorprenda che ancora oggi c’è chi oppone dubbi al darwinismo. Galileo fu costretto all’abiura (e tanti altri al rogo) nel XVII secolo, quando già nel VI secolo a.C., ben 2200 anni prima, filosofi e studiosi greci a partire da Anassimandro e Pitagora avevano dimostrato – e era pacificamente noto – che la terra è rotonda e gira intorno al sole. Erastotene, enciclopedico bibliotecario di Alessandria d’Egitto, già 250 anni prima di Cristo aveva calcolato con notevole precisione la circonferenza terrestre. Marco Polo, Toscanelli, Cristoforo Colombo riemergevano dopo secoli di oscurantismo.
Tornando al legame supposto dalla chiesa tra illuminismo e regimi totalitari, mi sembra invece vero il contrario. Se, come si vuole, alla base del movimento nato nel ‘700 c’è il principio del relativismo, si tratta per definizione dell’opposto di assolutismo.
Quell’assolutismo che permea molte religioni, in particolare le monoteiste. E fa dello Stato Vaticano uno degli ultimi superstiti esempi di monarchia assoluta (appunto, e ci manca solo l’ereditarietà, per casti motivi). Tipica dell’assolutismo, oltre che condizionata da un punto di vista profondamente umano, è poi la struttura di potere che contempla un deus-sovrano con uno stuolo di santi protettori-ministri con delega alle varie materie della quotidianità (c’è persino un patrono dei tassisti). La fantasia non sempre riesce a elevarsi dalle miserie del dato socialmente costituito. Un Dio “spione”, come quello di cui parlava Sartre, che “vede e provvede”, meschinamente intento a castigare le quisquilie dei peccatori è quanto di meno sacro e universalmente onnipotente si possa pensare. È infinitamente più rispettoso un panteismo naturalista.
Consapevole dei miei limiti, sono andato alla ricerca dei significati di “relativismo” che mi spiegassero la portata negativa con cui tale parola è caricata nelle omelie papali. Ho sfogliato anche il preziosissimo dizionario di Politica di Bobbio. Inutilmente. Non trovo che accezioni positive nell’atteggiamento di chi si pone in modo relativo, denotando apertura, rispetto, tolleranza. Sulla relatività si fonda la totalità delle teorie e delle leggi della fisica da Einstein in poi. Con la frase “tutto è relativo” ci si può disporre serenamente ad ascoltare le ragioni altrui, senza irrigidimenti dogmatici, intolleranze, integralismi. Senza la convinzione di essere portatori di una Verità assoluta e inconfutabile da imporre con le buone o con la forza. L’integralismo non è solo nel velo imposto alle donne. È nella convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili, in una civiltà superiore a tutte le altre. God mit uns cucito sulle divise naziste è lo stesso Dio che combatte con l’America di Bush e non si differenzia molto dall’Allah per cui s’immolano i “terroristi” musulmani.
Specialmente noi che viviamo a ridosso del centro della cristianità, volenti o nolenti, consapevolmente o meno, siamo cresciuti in un ambiente dominato dalla monocultura cattolica. Pasolini in un bellissimo passo del suo resoconto di viaggio “L’odore dell’India” racconta l’impressione che ricava dall’incontro con due porporati cattolici che, per le affollate strade di Calcutta, non sono altro che due tonache colorate in mezzo a una moltitudine di tuniche di diversi colori. Tra noi, il loro passaggio denota tutto un altro insieme di significati.
Tanti anni fa, personalmente, provai stupore leggendo all’ingresso di una cittadina tedesca l’elenco degli orari delle funzioni delle diverse pratiche religiose. Mi accorsi poi che, soprattutto all’estero, ma già in Toscana, in vista di una qualunque costruzione ben fatta, con una bella facciata ben illuminata, mi viene automatico pensare a una chiesa e invece si tratta spesso di edifici “civili”. Suona tuttora strano, alle nostre orecchie, sapere che una persona non sia battezzata. Una sera, in un tavolo con ragazzi e ragazze di diverse provenienze, facemmo un giro in cui ognuno dichiarava la propria religione: giunti a una americana, se ne uscì con un innocente: “I don’t know”, non so. Non si era mai posto il problema. Un’altra volta, una nostra amica canadese, a una suora che pretendeva di raccontarci la parabola di Lazzaro, rispose: “Lo so, I know: Gesù di Lazaret”. Per noi, i sottotitoli del film “Passion” di Mel Gibson erano perfettamente inutili: tutte le frasi di quella sceneggiatura fanno parte del nostro bagaglio culturale, le abbiamo profondamente interiorizzate, le usiamo in ogni occasione, come “una messa cantata”.
Poi, nella pratica, noi occidentali siamo per lo più ipocritamente laici e rispondenti ad altri valori, riconducibili a quello che il vecchio sindaco Giovagnorio in ogni occasione soleva invocare come “dio quattrino”. Ma questo è un altro discorso, che tratteremo in altre occasioni con chi ne avrà tempo e voglia.
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