HCT: 1946 l’alba del nostro comune
HISTORIA DEL CONCILIO TAGLIACOZZANO
1946 l’alba del nostro comune.
L’alba della Repubblica, anzi del nostro Comune, giunse nella primavera del 1944, quando si organizzarono anche da noi i C.L.N., comitati di liberazione nazionale. Bisogna dire che Tagliacozzo aveva vissuto in maniera piuttosto marginale e indiretta il periodo della Resistenza. Il fascismo, forte degli stretti legami del podestà Domenico Amicucci con il fratello Ermanno, sottosegretario alle Corporazioni, aveva ben attecchito nella comunità locale, con un numero limitato di elementi di reale opposizione. Subito dopo l’armistizio, la mattina del 9 settembre il convoglio dei Savoia indecorosamente fuggitivi verso Ortona (da cui si sarebbero imbarcati per Brindisi lasciando mezza Italia nel caos più totale), passò per le vie del paese, davanti all’Alberone. Per tutti gli uomini, tra cui molti sbandati dell’ex esercito reale lasciati colpevolmente da Badoglio senza istruzioni operative, scattò presto il richiamo alle armi, con la pena di morte per i disertori prevista dal “bando Graziani” della repubblica di Salò. Molti si diedero alla macchia e di lì presto avviarono una collaborazione clandestina con le avanguardie delle forze alleate anglo-americane. Un gruppo piuttosto attivo si nascondeva tra le faggete di Marsia, dove venivano paracadutati uomini, mezzi, viveri e armi a sostegno della lotta partigiana.
In centro, una importante funzione di raccordo e coordinamento era svolta da Enea Liberati. La nostra cittadina fu graziata dalla guerra, così come lo era stata dal terremoto del ’15, specialmente se si fa il confronto con altre realtà, anche molto vicine, delle cui tragedie non potevano che arrivare tragici echi: soltanto per fare qualche esempio, l’adiacente frazione di Roccacerro, per la sua posizione rispetto al valico strategico di monte Bove, fu più volte bombardata e i terreni circostanti furono minati; di “sfollati” di Alfedena si erano riempite le nostre strade; Massa d’Albe, dove si era spostato il comando tedesco di Kesserling dopo essere stato a lungo nostro ospite, fu rasa al suolo, così come avvenne ad Avezzano. La maggior parte dei testimoni raccontano che gli occupanti tedeschi si comportarono piuttosto civilmente, rispettando sostanzialmente cose e persone. Gli episodi di violenza furono limitati: dicono che il vecchio Sciabbachella fu ucciso perché aveva reagito con un “saricchio” ad un soldato che voleva prendergli un maiale. Non si registrarono imprese spregiudicate come quelle messe in atto da don Beniamino Vitali, il prete comunista di Sante Marie. Grande clamore destarono le fucilazioni dei fratelli Durante (28 maggio 1944) e dei due ragazzi di Palestrina, giustiziati pubblicamente in via dell’Oriente. Molti testimoni dell’epoca conservano ancora oggi ben vivo il ricordo del carro che trasportava le casse contenenti le salme, lasciando una lunga striscia di sangue sulla strada che da largo del Popolo sale verso l’attuale ufficio postale.
Di bombe ne caddero pochissime, in ogni caso fuori bersaglio, secondo alcuni perché, provenendo gli “spitfire” inglesi da occidente, l’abitato era riparato dalla montagna della Civita. Fatto sta che si parla di uno “spezzone” di bomba caduto sotto la pineta, un altro nei pressi di ponte Ferro, di qualche esplosione, in ogni caso mai più vicina del primo casello. La “Liberazione” consistette in un blindato e una jeep neozelandesi della VIII armata che, provenienti dalla valle del Liri, entrarono in piazza nel giugno del ’44. Immancabili gli episodi di giubilo “all’italiana” inscenati da ex fedelissimi e convintissimi fascisti, subito pronti ad esternare in modo anche violento la propria soddisfazione scagliandosi contro targhe e simboli del regime. Il maresciallo Gatti della locale caserma dei carabinieri rischiò il linciaggio della folla davanti al Comune. La profondità dell’animo tendenzialmente reazionario della maggior parte dei nostri concittadini sarebbe emersa palesemente di lì a poco, quando, in occasione del referendum istituzionale del 2 giugno ’46, fu preferita di gran lunga la monarchia rispetto alla repubblica. Accadde da noi, come in gran parte del Meridione. Appena dopo la Liberazione erano stati costituiti i partiti politici: la prima sezione che nacque a Tagliacozzo fu quella del Pci. Il presidente del C.l.n. locale era Ugo Arduini, del Partito socialista. C’erano, tra gli altri, Benedetto Jacomini per la Democrazia cristiana, Francesco Novella ed Enea Liberati per il Partito comunista e Vittorio Bianchi per il Partito d’azione. Riuniti in casa Monsieur nominarono il primo sindaco della nostra storia: l’avvocato Ottorino Cubitosi. Il suo mandato fu molto breve: infuriavano le rivolte popolari legate alla crisi di rifornimento di grano per la panificazione, ormai bloccata da lungo tempo; colpito in pieno viso da un ceffone di una invasata contestatrice, tornò a casa e decise irrevocabilmente di dimettersi, nauseato da tanta volgarità. A questo punto l’avvocato Antonio Paoluzi, detto Totino, grazie alle sue conoscenze presso i comandi militari americani, riuscì a far giungere ben due “trucks” carichi di farina bianca, preziosissima per quei tempi. La sua popolarità andò alle stelle e i muri delle case furono invasi di scritte del tipo “Totino = pane”. Nel marzo 1946 si svolsero le prime elezioni amministrative dell’era democratica. Si presentarono tre formazioni: la Dc, con capolista il dott. Riccardo Di Cesare; la lista dell’avv. Giovanni Valentini, che riuniva Pci, Psi ed altri; il Fronte democratico marsicano, capeggiato da Totino Paoluzzi. A quest’ultimo andò la vittoria, suffragata da un larghissimo plebiscito. Per essere incoronato sindaco, l’avvocato scese trionfalmente dal paese vecchio su di un cavallo bianco, circondato da due ali di folla festante. Nel discorso di insediamento, chiese la parola l’avvocato Vincenzo Marini, eletto nelle file della Dc, per recitare una delle sue famose rime: “Gridemo tutti a più non pozzo / Viva jo sindaco, viva Tagliacozzo / Persone oneste, gente proba / Però ogni tanto manca un po’ de roba”. L’allusione ai carichi di farina scatenò un putiferio, con sedie e oggetti di ogni genere che volavano tra i banchi. Il 2 giugno di quello stesso anno, oltre che per il referendum istituzionale (vinto, come abbiamo detto, dalla monarchia sulla repubblica), si votava per i rappresentanti da inviare all’Assemblea Costituente con il compito di scrivere la nuova Costituzione: la maggioranza andò, neanche a dirlo, alla Democrazia Cristiana che si candidava all’eredità del passato regime. Come era, ora e sempre in secula seculorum.
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