HCT: 1990 Ambiente e Progresso
A partire dal 1990 posso raccontare le vicende della politica tagliacozzana facendo riferimento alla mia testimonianza diretta. Inutile dire che si tratterà di una visione più che mai parziale e personale. Appena conseguita la laurea mi dedicai ad un’attività che, dopo qualche mese, mi avrebbe portato all’impegno diretto nella vita politica: organizzai una serie di incontri per l’Università Verde dal titolo “Ecologia ‘90”. Con l’apporto di esperti dei vari settori e una larga partecipazione della cittadinanza, si discusse di argomenti di stretta attualità, come l’inquinamento delle risorse idriche, di questioni allora innovative, come il riciclaggio dei rifiuti o l’istituzione di parchi naturali, di rapporti tra ambiente e spiritualità. Da quell’esperienza nacque l’associazione ambientalista locale P.A.N. (protezione arte e natura), presieduta da Fabio Monaco, più tardi confluita nel W.W.F.
Nella primavera si svolgevano le elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale. La Democrazia cristiana, uscendo da un quinquennio di amministrazione retta dal potente Franco Giovagnorio, contava su un inattaccabile blocco politico-sociale che arrivava a tributarle fino al 60-70 % dei suffragi. Con un gruppo di amici decidemmo di rispondere agli inviti al confronto dell’allora PCI di Remo Pascucci e Libero Liberati, cui va riconosciuto il merito di aver anticipato in sede locale quella che sarebbe poi stata la svolta della Bolognina: cercarono contatti all’esterno del partito per poi confluire in una lista civica. Infatti, dalle riunioni avviate al Camping Velino e proseguite nella sede della CGIL aperta da Reno Giovagnorio (all’epoca fervente comunista e acerrimo nemico del suo omonimo sindaco), nacque la lista “Ambiente e Progresso”. I candidati “ambientalisti” oltre a me, che feci da capolista, erano Sandro Antonelli, Bibbi Pietrosanti e Stefano Avagnano. I comunisti in lista erano limitati a tre: Remo Pascucci, Vincenzo Berardini (detto Baffone) e Pino Montelisciani. Considerati i tempi, non potemmo che ritenerci soddisfatti dei modesti risultati: ottenemmo due seggi in Consiglio, di fronte ai 14 democristiani, ai 3 socialisti e al socialdemocratico Vincenzo Casale. Come si palesò subito, già con la tribolata formazione della giunta e la scelta del Sindaco ( non eletto direttamente dal popolo), la DC era equamente divisa, in Consiglio come nel partito (retto prima dall’equilibrista Franco Di Giannantonio, più tardi da Mimmo Amicucci), tra la corrente dei gaspariani (anche detti ricottiani) di F.Giovagnorio e quella dei ricciutiani di G.Pendenza. Tra i primi vanno ricordati il fido Dino Rossi, Pippi Liberati, Tommaso Lucidi, il povero Silverio Fantauzzi; con Pendenza (discusso assessore all’urbanistica) c’erano Carlo Tellone, Quinto D’Andrea, il capogruppo Troiani e anche De Santis (detto Spallino) che in seguito cambiò più volte la sua posizione. La spaccatura, netta e insanabile, pregiudicò per anni l’esito di qualunque iniziativa: ogni tentativo di “fare” qualcosa per il paese doveva passare per la resa dei conti e i giochi di potere di quegli irriducibili contendenti.
Le maggioranze di volta in volta, di provvedimento in provvedimento, si reggevano sull’appoggio dei socialisti, dei quali Ornella D’Amario (per un certo periodo vice sindaco) propendeva per Giovagnorio (“quel galantuomo”, usava ripetere), Nello Maiolini era più vicino a Pendenza e Oscar Valente, nelle sue sporadiche partecipazioni, faceva da battitore libero. All’opposizione ero con Vincenzo Casale e Remo Pascucci, che a fine mandato, nel rispetto dei patti, si alternò con Sandro Antonelli. Tra le tante vicende di quegli anni, vorrei raccontarne almeno un paio. All’inizio dell’estate del ’90 fu inaugurato il palazzo comunale appena ristrutturato, con la nuova sala consiliare (per qualche anno uffici e riunioni erano stati spostati nel convento di S.Francesco). Per l’occasione si organizzò la visita di Antonio Gava (allora Ministro dell’Interno, in seguito incriminato per associazione camorristica), che andava presentando l’importante legge di riforma delle autonomie locali che porta il suo nome, appena varata. Fin dal mattino, dal balcone di casa dovemmo assistere alle esibizioni degli autisti delle due auto blu che aspettavano il suo elicottero sgommando sul prezioso manto erboso del nostro campo sportivo. All’arrivo, un rapido corteo, con gli uomini della scorta in piedi sul fianco delle auto – sportello aperto, occhiali scuri e mano alla fondina sotto la giacca in mezzo ad una placida folla plaudente ai bordi della strada – lo condusse al chiostro di S.Francesco. Scoppola, sigarone e marcato accento napoletano, “Don Antonio”(come alcuni lo chiamarono) ricevette le riverenze della crema del potentato democristiano marsicano dell’epoca, tutti in fila a cominciare da Ricciuti, che si esibì in un ossequioso inchino al limite del baciamano. Per meglio spiegare il clima politico locale di quel periodo, vale la pena menzionare una tipica manovra extraconsiliare che si sviluppò nella primavera del ’94: tutta una serie di incontri ebbero luogo nell’allora sede del Psi in via dell’Oriente (presso i locali del caro Erminio Donzelli, a quell’epoca segretario del partito), cui eravamo invitati noi esponenti dell’opposizione. L’obiettivo, che venne man mano svelandosi, era di formare un gruppo trasversale formato dai sette gaspariani (o ricottiani) più la D’Amario che, con l’aggiunta di noi tre, avrebbe dato vita ad una maggioranza di undici che, in un consiglio di venti membri, avrebbe potuto mettere da parte la fazione indigesta della Dc. A sponsorizzare l’operazione, più di qualcuno subodorava che ci fosse l’eterno asse tra la parte della Dc facente capo alla famiglia dell’imprenditore Salciccia e la parte migliorista del vecchio Pci, da sempre inclini al “compromesso storico”. Nel disappunto di Libero Liberati, la vicenda s’impantanò quando io mi dissi d’accordo su tutto, a patto che il sindaco della nuova amministrazione fosse Vincenzo Casale (fu la prima volta che la sua candidatura venne avanzata in una riunione semi-ufficiale). Ovviamente, per loro, la permanenza in carica di Giovagnorio era una condizione imprescindibile. Senza ambizione di completezza, vi propongo le più importanti iniziative finanziate dall’amministrazione dell’epoca che, senza un ordine né logico, né cronologico, mi tornano alla mente:
- essendo Gaspari Ministro della Protezione civile, in varie zone del territorio comunale (sia nel capoluogo che nelle frazioni) fu dichiarato lo stato di emergenza per la caduta di massi rocciosi. Per i lavori più corposi, sotto la Civita, (importo 7 miliardi) ci fu addirittura un’ordinanza di evacuazione per gli abitanti delle case sottostanti. Da allora, tra l’altro, è stata interdetta quella zona che costituiva un’importante palestra di free climbing per ragazzi di Tagliacozzo e di altri contesti (è lì che Toto Capassi e il suo gruppo, qualche anno prima della scalata dell’Himalaia, batterono i primi spit).
- Fu rifatta la pavimentazione di Piazza Obelisco; questo e molti altri incarichi di progettazione e direzione dei lavori furono affidati all’arch. Edoardo Compagnone.
- Con pessimi risultati, l’impresa Torrelli di Celano eseguì i lavori di rifacimento del manto erboso del campo sportivo. Soltanto il lavoro, la dedizione e i sacrifici di singoli cittadini legati alle sorti della società sportiva poterono, dopo anni, porre rimedio a quei danni e ripristinare lo splendore del prato così come possiamo ammirarlo oggi.
- Su iniziativa di un gruppo di persone, tra cui l’ex vice sindaco Pierluigi Di Stefano e l’imprenditore Emilio Salciccia, si progettò ed avviò la costruzione dell’ippodromo (importo 6 miliardi).
- Si progettò e finanziò il nuovo centro sportivo del bivio di S.Donato, tuttora incompiuto.
- Gli ing. Paolo Casale e Franco di Giannantonio progettarono un campeggio della zona della discarica (!); i lavori furono iniziati e in seguito abbandonati.
- I lavori nel teatro comunale subirono una serie infinita di “stop and go” (fu operata una discussa ritinteggiatura scelta dall’assessore Liberati); alla morte dell’ing. Ippoliti, l’incarico professionale fu ereditato dalla moglie.
- Si progettò e lavorò alla costruzione di un nucleo industriale fuori città.
- Per iniziativa dell’assessore De Santis e di un gruppo di sostenitori confluiti in un’associazione, il “Festival di mezza estate” subì un significativo consolidamento, pur tra polemiche e fondate proposte di riforma.
In attesa di interventi e contributi che possano integrare (o correggere) quanto sopra riportato, vi do appuntamento alla prossima puntata.
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Caro Giovjaco,
grazie mille per esserti sobbarcato la fatica di questa impresa! Mi pare fondamentale ricostruire la storia degli ultimi vent’anni di storia politica tagliacozzana e marsicana, proprio per i motivi che emergono direi chiaramente da quanto scrivi; per me personalmente è stato poi davvero piacevole leggere i tuoi retroscena gustosi e le tue analisi, che condivido pienamente (come del resto puoi immaginare).
Attendo dunque con piacere – e con un po’ di impazienza – il seguito…