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Una ad una, le facciate che guardano l’Obelisco si svelano e si mettono in mostra. Come donne che con l'arrivo dell’estate svelano arti illanguiditi: chi una timorosa insenatura, chi la profondità rilucente delle spalle, chi...
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Speciale Amministrazione: Il Palazzo Ducale ai tagliacozzani
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La piazza che si scartoccia

Scritto da – luglio 25, 2006 – 5:55 pmNessun commento

Una ad una, le facciate che guardano l’Obelisco si svelano e si mettono in mostra. Come donne che con l’arrivo dell’estate svelano arti illanguiditi: chi una timorosa insenatura, chi la profonditĂ  rilucente delle spalle, chi il vento intrecciato nel volo lieve dei capelli, che dischiude il chiarore del volto.

E che caleidoscopio di tinte, dal delicato bianco lattiginoso al vivido etrusco brunito. Così per le case, si va dal cipria antico dei Fallace al fior di pesco dei Casale, passando per il delicato tortora, al rosso mattone, terra di Siena, al color crema e tanti altri che si alternano in un meraviglioso divertissement cromatico.
La piazza ci delizia piĂą di ogni altra bellezza di Tagliacozzo. Pineta, teatro, croce, vicoli del centro storico, giardini pubblici, piscine, montagne circostanti, locali e ristoranti: abbiamo tante bellezze rare ma pur sempre rintracciabili da qualche altra parte.
Invece, quella piazza sbilenca, in discesa, chiusa eppure ampia, con quell’armonia di forme e dimensioni, logge e archi che solo la saggezza dei secoli ha potuto fondere in maniera così equilibrata, è il solo, vero pezzo unico della nostra galleria. Bisogna andare lontano, forse in Toscana, per avere un colpo d’occhio così emozionante al passaggio breve di un archetto, tra un vicolo arrossato dalle lampade all’esplosione della piazza.
La corsa al rifacimento delle facciate è cominciata, senza alcun piano d’insieme predisposto dagli enti pubblici, una quindicina di anni fa, dopo che furono rinnovate la pavimentazione e l’illuminazione (in modo senz’altro migliorabile).
A me, per la verità, la piazza piaceva anche prima: densa di un’atmosfera decadente lungo le sue mura, vissute e austere, solenni, molto affascinanti.
Mi piaceva già da bambino, quando l’ingresso costituiva una sorta di tuffo nel medioevo delle piccole attività artigiane, dei negozietti al minuto: dopo il pane di Ernani trovavi i libri di Grossi (sempre lì), le scarpe di Semolino, più avanti i masti di Lello e poi Amalia, Restetuta, sor Agapito, Sarina, i Girolami, le stoffe di Cesira e Nonni, Ennio l’orefice. Era piuttosto pericoloso per noi ragazzini “fuori quartiere” entrare sotto la minaccia dei sampietrini, degli archi e le frecce fatte con i ferri degli ombrelli, con cui quelli della agguerrita banda dei “piazzaroli” difendevano il loro territorio.
Approfittavamo delle sere di festa, quando i genitori ci portavano a guardare lo spettacolo, i cori o la banda, e poi ci lasciavano giocare a nascondino o “acchiapparella”: folli corse impazzate fino allo stremo tra vicoli, trabocchetti, cortili, nascondigli inventati tra i palazzi e sotto il palco, in notti che sembravano non finir mai.
Una volta cresciuti, i tavoli dei bar sono diventati il luogo di chiacchiere soavi, scambi di esperienze, approcci amicali, elucubrazioni notturne puntualmente interrotte dall’arrivo dell’aria gelida dell’uscetta che invita al rientro.
Serate di danza, musica, teatro, gran cinema, in cui lo spettacolo è sopraffatto dalla bellezza dell’ambiente in cui si svolge, che ruba lo sguardo dello spettatore e lo invita ad alzarsi verso le facciate debolmente illuminate da una luna pensante. Benessere, bellezza, cultura antica ma popolare. Ecco quel che si respira in piazza.
Se la Icenna è la nostra Agorà, il passeggio del parlottio dove si elaborano tutte le strategie, da quelle sportive a quelle amorose fino alle alleanze politiche, la piazza è il luogo della consacrazione, della cerimonia rituale: non solo la sentitissima festa della benedizione, con l’acqua che schizza e i cavallucci innalzati, ma anche le foto dei matrimoni, il Venerdì santo, le serenate, la pantasima, l’Italia campione del mondo: la celebrazione deve avvenire tra quelle mura, con il tuffo nella fontana come rappresentazione del voto da compiere per il raggiungimento della massima felicità.
La piazza mi piace sempre e comunque: è bella e viva d’estate, quando il formicolare della gente tra le bancarelle e le sedie dei bar dà l’idea del posto movimentato, quasi mondano. Ma forse i momenti più intensi si vivono d’inverno, in una sera desolata in cui ci mettiamo in due o tre, a luci spente, dietro la vetrina di un bar, ad ammirare in silenzio una lenta, sofficissima nevicata che copre ogni cosa di un morbido manto d’ovatta.
Ora che la piazza è in grado di offrirsi nel più splendido dei modi allo sguardo dei passanti, c’è un solo provvedimento da prendere: limitare radicalmente per poi magari un giorno giungere a eliminare totalmente quei parcheggi in doppia fila davanti ai bar e quei caroselli inutili quanto nevrotici che, soli, possono turbare il godimento dello spettacolo che si svolge al suono della fontana.

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