Legalità e anti-razzismo
Le questioni sulla legalità sollevate dal lettore di Repubblica (e dibattute anche su questo sito) sono di un’importanza fondamentale. È sorprendente che non siano state proposte da un giornalista professionista o, magari, da un politico.
Solo ipocrisia o ignoranza possono spiegare tale carenza.
Per quanto mi riguarda, anche per la peculiarità della mia occupazione (insegno diritto ai detenuti di Rebibbia), sono sempre stato attento ai temi della giustizia. L’idea che porto avanti da anni attraverso una serie di articoli e commenti, è che la garanzia della legalità sia una condizione essenziale, irrinunciabile per una società che pretenda di avvicinarsi all’ideale democratico. Una condizione, come si dice, “pre-politica”: che prescinde dalle distinzioni tra destra e sinistra.
Nel nostro Paese, invece, come reazione all’ondata moralizzatrice di Mani pulite, con la restaurazione avviata con l’avvento del berlusconismo, è stata presa la direzione contraria. Quasi tutti i rappresentanti dei vari partiti, da una parte e dall’altra, per motivazioni più o meno nobili, hanno assunto posizioni ultra-garantiste sfociate in una serie di leggi ad personam, sanatorie, condoni.
Dovendo assicurare aree di immunità e impunità per le alte sfere del potere politico, economico, finanziario, imprenditoriale, i governanti che si sono succeduti hanno annacquato pericolosamente il concetto di giustizia, intaccandone i principi basilari. In primis, la pretesa imprescindibile di una legge uguale per tutti.
Con la complicità di un sistema di stampa e tv servile, si è diffusa una devastante sfiducia nelle virtù democratiche: la moralità è guardata con ironia e commiserazione di fronte al trionfo di furbi e furbetti, cinici e opportunisti.
Tra i diversi ministri della giustizia, nessuno ha voluto affrontare seriamente il problema più impellente che pregiudica l’efficienza della funzione giurisdizionale: l’eccessiva durata dei processi. Anzi, per alcuni casi particolari, essendo stati allungati i termini della prescrizione, si sono incoraggiate le tattiche difensive dilatorie con cui tanti illustri imputati hanno potuto evitare il carcere.
Si è creato un clima di corruzione in cui le organizzazioni criminali hanno fiutato un terreno fertile per i loro sporchi affari. Una legislazione contraddittoria e confusa ha portato a un sistema di sanzioni squilibrato, in cui solo pochi emarginati, particolarmente sfortunati o privi di protezioni, pagano per tutti. Seguendo la massima dei “due pesi e due misure” ci ritroviamo con un regime profondamente sbilanciato: forte con i deboli, debole con i forti.
Tornando al problema dei reati commessi dagli stranieri, occorre innanzitutto ribadire che è ovvio che chi è costretto a lasciare il proprio paese, i propri affetti, le proprie certezze, per cercare fortuna in un paese lontano, non navighi nell’oro. Una migliore integrazione vuol dire anche fare in modo che i poveri disperati non cadano nelle reti intessute dalla micro e macro-criminalità.
Inoltre, va detto che le statistiche della criminalità, in generale, non forniscono numeri così allarmanti come mostrerebbero quei media che attribuiscono un rilievo spropositato ai fatti di cronaca, soprattutto quando coinvolgono extra-comunitari e pregiudicati.
In ogni caso, è più che legittima la richiesta di maggior sicurezza espressa dai nostri concittadini, in specie quelli che vivono nelle aree più svantaggiate. Una cura ricostituente di legalità, il ristabilimento di una maggiore moralità pubblica e privata, una profonda rieducazione civica, di questo c’è urgente necessità. A partire dalla riaffermazione della certezza della pena: per difendere la civile convivenza è necessario punire tutti quelli che trasgrediscono le regole, al di là della loro origine e condizione sociale. Una pena equa e volta alla riabilitazione, per una società più giusta e democratica.
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