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Speciale Amministrazione: Il Palazzo Ducale ai tagliacozzani
giugno 30, 2011 – 6:18 am | Nessun commento

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Origine e sviluppo dell’abitato

Scritto da – giugno 3, 2010 – 3:36 pmNessun commento

Origine e sviluppo dell’abitato di Tagliacozzo

19 1 150x150 Origine e sviluppo dellabitatoTagliacozzo è senza dubbio un sito interessante ma purtroppo ancora privo di studi; i testi editi sul territorio scarseggiano e molto spesso si limitano a ripetere ciò che è stato scritto, tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX, da scrittori locali; i Catasti descrittivi, conservati nell’Archivio Storico del Comune di Tagliacozzo e nell’Archivio di Stato di Napoli, e i numerosi documenti inediti dell’Archivio Colonna di Subiaco e dell’Archivio Vescovile di Avezzano sicuramente, costituisco pilastri importanti per la ricostruzione della nascita e dello sviluppo di questo sito.

Il toponimo Tagliacozzo inizia a trovarsi frequentemente in documenti del XII secolo.

E’ possibile quindi affermare con certezza che nel XII secolo in questi luoghi esisteva un abitato così denominato ma, in seguito a ricognizioni sul luogo e all’analisi di studi e di numerosi documenti d’archivio si è potuto dedurre che probabilmente, già nel periodo tardoantico, in questo territorio vi erano due nuclei abitativi, legati al percorso della Valeria e alla presenza di acqua.

Il primo di questi, ubicato nella spianata del monte Civita,

probabilmente era detto di Santa Cecilia perché sviluppatosi nelle vicinanze di una chiesa intitolata alla martire romana.

Il nucleo di S. Cecilia, nel XII secolo, è parte integrante dell’abitato di Tagliacozzo, come è provato dalla Bolla di Clemente III, del 1188, che tra le proprietà della diocesi annovera:tagliacozzo1005 150x150 Origine e sviluppo dellabitato“[…] S. Ceciliae cum titulis suis in Taleacotio”.

Ciò fa presupporre che la chiesa avesse la funzione di cura animarum e quindi che una parte di popolazione, presente all’interno della cinta muraria della Civita o nei luoghi limitrofi, facesse capo ad essa.

Si può affermare con certezza che nella seconda metà del XVI secolo il pianoro della Civita fosse ancora abitato, anche se ormai molte case erano ridotte in rudere e la maggior parte della popolazione si era spostata a valle, poiché osservando con attenzione il piano di calpestio del pianoro ci si rende conto della presenza di muri, oggi totalmente interrati, appartenenti a costruzioni in parte ancora esistenti nella seconda metà del XVI secolo.

Nel Catasto descrittivo del 1575 vengono qui collocati numerosi casarini ed una piazza detta Piacza della Civita, sulla quale si affacciavano semplici case o case con orto ed un forno posizionato vicino ad una strada.

Il secondo nucleo abitativo risultava ubicato più in basso, in prossimità del fiume Imele e del monastero di San Cosma, ove esisteva un abitato sparso. L’esistenza di un vicus italico-romano (riconosciuto anche da G. Grossi), della Via Valeria, dell’acqua e di alcune grotte senza dubbio favorirono l’insediamento dei monaci presso il luogo che vedrà erigere il monastero dei Santi Cosma e Damiano.

Il Gattola fa risalire le origini del monastero ad una cella basiliana del V secolo d.C., sorta come ricovero per i viandanti.

Bisogna riconoscere una corrispondenza cronologica tra questa notizia e i tre capitelli tardoantichi,

conservati nel monastero e nella chiesa dei Santi Cosma e Damiano, che potrebbero essere di riutilizzo o provenire proprio dalla cella originaria.

Il frammento del capitellino da lesena ,

non è in marmo bianco, come gli altri elementi architettonici citati, ma è stato realizzato in pietra di monte, circostanza che farebbe pensare ad una produzione locale, ed inoltre, come il capitello,

conservato in chiesa, è caratterizzato da foglie d’acanto bizantineggianti, slanciate e appuntite, caratteristiche in pieno accordo con una cella di monaci basiliani.

La convivenza di due nuclei abitativi non è certo un elemento nuovo in Abruzzo infatti il Faller ha riscontrato, in questa regione, un incastellamento che avviene in territori subregionali, dove l’insediamento sparso convive con i castelli; come nel caso del Castellum Veneris dove si aveva un recinto fortificato sulla cresta del monte che serviva un abitato in pianura.

Nella seconda metà del XII secolo, i due nuclei abitativi dovevano essere racchiusi in un’unica cinta muraria.

Infatti da una bolla di Alessandro III del 1171 si ha la conferma che, a quel tempo, le mura giungevano fino al monastero di San Cosma.

Ad ulteriore attestazione concorre l’analisi del muro Sud del monastero,

dove furono aperte in rottura tre feritoie e una caditoia per la fuoriuscita dell’olio bollente, in caso di attacco da parte del nemico: il monastero, quindi, fu inglobato all’interno delle mura e la struttura già esistente adattata alle nuove esigenze.

Con l’ampliamento delle mura, la chiesa di San Cosma in Helerito fu spostata nel luogo odierno e prese il nome di San Cosma de Talliacotio ( nome utilizzato per la prima volta nella citata Bolla di Alessandro III).

Il muro di Sudest del monastero è solo una piccola parte delle mura appartenenti alla cinta muraria esistente nel XII secolo.

9639488 9d3fffec46 300x225 Origine e sviluppo dellabitatoPer il momento si può solo ipotizzare il percorso più probabile di tale cinta ed evidenziare alcuni punti certi: alla fortificazione della Civita si collegava la cinta muraria a valle, l’ampliamento è di incerta datazione anche se, sicuramente nel 1171, come ho già detto, le mura racchiudevano il monastero di San Cosma.

Un altro indizio c’è dato da un autore locale nel 1929 il quale ci informa che in un cortile in Via Romana, erano ancora visibili dei ruderi di un torrione rotondo appartenente alla prima cinta dell’abitato: torrione peraltro nominato anche nel catasto descrittivo del 1575.

Oggi a causa dello sviluppo urbanistico non è stato possibile rintracciare il cortile in questione ed i ruderi della torre.

Essendo noto, tuttavia, che le torri cilindriche sono un elemento tipico dell’arte sveva, si potrebbe pensare che la torre in questione sia quella costruita da Andrea De Pontibus nel 1239, il quale entrò in contrasto con l’imperatore Federico II proprio per aver costruito una torre nel castrum di Tagliacozzo ignorando il divieto del Re.

Resti di muratura appartenenti alla prima cinta muraria sono visibili anche ad Est di Porta Valeria, ove è visibile una muratura di pieno XIII secolo.

Spostandoci di qualche metro verso Sud la muratura non si discosta molto dalla precedente e nella parte alta del muro si nota una muratura sicuramente posteriore che potrebbe essere di XV secolo e quindi risalire al momento dell’ampliamento delle mura da parte di Ladislao Durazzo.

Anche il muro Sud-Ovest, che cinge l’orto del Monastero, doveva essere fortificato, sebbene con sicurezza sappiamo solo che nel XII secolo doveva esserci una porta, ancora oggi visibile,

difesa forse da una torre interna, con archivolto in pietra, larga m 2,25 ed alta m 2, 80: ghiera e muratura sovrastante sono infatti databili al XII secolo.

Di notevole importanza risulta anche una torre sita ad Ovest presso la cinta della Civita, che proprio per la sua posizione strategica subì continui rimaneggiamenti anche dopo la concentrazione dell’abitato a valle.

Il manufatto presenta uno spigolo arrotondato, soluzione impiegata per rendere gli edifici meno vulnerabili agli attacchi e trova un confronto puntuale con la Casa 13 di Montagliano in Sabina – studiata da Francesca Latini nella sua tesi in Archeologia e Topografia Medievale presso L’Università La Sapienza di Roma – anteriore alla metà del XIII secolo e caratterizzata proprio dallo spigolo stondato esterno.

Le mura sono state ampliate ulteriormente agli inizi del XV secolo, per iniziativa di Giacomo Orsini che, nel 1417 ,cinse la città di una nuova cinta muraria, giungendo fino a Porta dei Marsi; l’opera, tuttavia, fu portata a termine da Ladislao Durazzo, intorno al 1441, il quale consolidò anche la fortificazione sul monte Civita.

La parte Sud dell’abitato non era munita di cinta muraria, infatti, le mura si chiudevano a ridosso del Monte la Difesa che, a causa dell’asprezza del versante, rappresentava un ostacolo difficilmente sormontabile per il nemico.

Concludendo, si può affermare che le fonti documentarie e la ricognizione sul luogo lasciano trasparire con chiarezza che lo sviluppo dell’abitato di Tagliacozzo è inscindibile dallo sfruttamento dell’acqua del fiume Imele e dal tracciato della via Valeria.

Il nucleo di Santa Cecilia, posto sulla piana del monte Civita a guardia di un passaggio strategico, non esclude certo la presenza di un abitato sparso a valle in prossimità del fiume Imele e di San Cosma: per entrambi, ma in specie per il nucleo in altura, si hanno pochi indizi e c’è bisogno di ulteriori studi.

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