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Politica e verità. Accenno di risposta alle sollecitazioni di Gurdulù.

Scritto da – dicembre 28, 2003 – 7:48 pmNessun commento

È vero che a Tagliacozzo la tendenza a “fregarci” l’un l’altro (tanto per non cadere nello scurrile con l’abusata metafora che fa riferimento ai rapporti “contro natura”) è particolarmente diffusa. Frega e frega, qualcuno ogni tanto rimane fregato.

Tale abitudine assume livelli patologici nell’attività politica, uno dei campi in cui più chiaramente si manifesta la vera natura di chi ha la ventura di prendervi parte. L’animo umano, con i suoi aspetti positivi e quelli negativi, le miserie e la nobiltà, le esigenze e i pensieri più reconditi, vengono pian piano alla luce nel corso di “riunioni fiume” che a volte si protraggono fino a notte fonda.
È una passione forte, la politica: adrenalinica come il gioco d’azzardo, la droga , il sesso sfrenato, rapisce l’uomo e lo spoglia delle maschere dietro cui tenta di nascondere furberie e stupidità. Una “trombatura”, di qualsiasi genere, può provocare vere e proprie crisi depressive da astinenza. Qualcuno, utilitaristicamente, riduce tale nobile attività alle funzioni terapeutiche che essa può esercitare. Ritrovamento della serenità, specie se si è a posto con la propria coscienza, e assenza di istanze vendicative e inutili rancori credo sia l’atteggiamento più giusto.
Il male (o il bene, purtroppo sempre più raramente) è che i risultati delle azioni politiche vanno ben oltre le persone che le mettono in atto: tendono invece ad interessare l’intera collettività e preparano perfino le condizioni in cui si muoveranno le generazioni future.
Spesso chi fa o ha fatto politica è tentato di raccontare le sue esperienze, scrivere memorie. È facile cadere nell’errore di presentarsi come depositario e portatore di una verità assoluta. Raro è il coraggio di chi rifiuta il confortevole appoggio proveniente tanto dalla religione (specialmente quella cattolica e, più in generale, da tutte quelle monoteiste), quanto dalle ideologie totalitarie, di destra e di sinistra. È difficile convivere con i limiti della ragione illuminista. Non poter dire molto di più che “so di non sapere”. I dogmi tendono ad attenuare la loro forza cogente man mano che le esperienze si accumulano e arricchiscono la nostra saggezza.
Hannah Arendt nel quaderno XXIV annotava: “Ideologia come arma. Ma la verità non è un’arma. Se viene usata in questo modo, diventa ottusa, oppure una menzogna. All’interno dell’ideologia, qualsiasi verità è diventata una menzogna (…) Cosa accade al mondo in cui la verità non viene detta o viene camuffata? Diventa un mondo fatto di tabù (…) La forza della verità contro il potere della menzogna: tale potere è indubbiamente più forte, ma non è duraturo. Per diventare duraturo, deve usare la violenza. La forza del singolo contro il potere dei molti: la verità non può essere determinata dal consenso (…) La grossa debolezza della verità di fatto: si regge sui testimoni, e i testimoni sono ancora più fallibili della ragione”. Chi testimonierebbe per noi, caro Gurdulù?
Chiudo con la frase che il mio amico Lucio Saviani, filosofo napoletano, ha usato concludendo un suo intervento in un convegno su verità e fede organizzato da una istituzione cattolica, in una sala piena di teologi e studiosi di varie religioni: “Credo di non poter non cercare di credere”.

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