Racconto d’inverno
Improvvisamente, qualcuno decise di abolire la Befana.
Alla più bella festa dell’anno per tutti i bambini d’Italia (per la nostra generazione…) si sarebbe preferito il nordico Babbonatale, ispirato all’anglosassone Santa Claus, forse più rispondente alle esigenze del moderno potere consumistico (così come “Allouuììn” avrebbe rubato la ribalta al Carnevale).
Tempo fa su questo sito Gurdulù scudiero, a modo suo, suggeriva che anche queste sono le conseguenze di una guerra persa. La vecchia stracciona “con le scarpe tutte rotte” smetteva inesorabilmente di svolazzare tra i tetti, scendere per i camini, alimentare le fantasie di genitori e figli. Negli ultimi giorni prima dell’Epifania l’attesa si faceva sempre più spasmodica, mista a paura e entusiasmo. Ogni tanto la befana si faceva sentire facendo rumori attraverso la cappa del camino e noi le mandavamo i “soldi” sottoforma di scintille sprigionate colpendo i tizzoni ardenti. Facevamo richieste di doni attraverso letterine di buoni intenti per l’anno che veniva. L’ultimo giorno ci sforzavamo di essere addirittura disciplinati, silenziosi, per non compromettere il tutto. La notte della vigilia la tensione era tale che tardavamo a prendere sonno. Al mattino, i re Magi potevano finalmente completare il loro percorso nel presepe fino alla grotta della natività e noi potevamo scartare i regali sporchi di fuliggine, inesorabilmente accompagnati da un po’ di carbone e una lettera che metteva al bando le marachelle. Che piacere quando montammo il trenino e la pista!
Quanto alle feste scolastiche, per qualche anno vi fu un naturale, forzato prolungamento delle vacanze dovuto a una provvidenziale nevicata che, puntualmente ai primi di gennaio, bloccava i trasporti e chiudeva le aule. Potete immaginare quanto ci dispiacesse continuare ancora per qualche giorno con i nostri giochi sulla neve. Al posto delle lezioni facevamo battaglie a palloccate: una squadra dalla Fontanella ed una dal marciapiede opposto, tra il Comune e l’Annunziata.
Che botte, ragazzi! Poi, armati di slitte e sci di legno, si andava sulle piste di Collemaggio, fino al casalone di Cacaraja e anche oltre, verso l’inizio della Pineta. Toccava risalire a piedi, ma noi delle “Paparelle” avevamo la comodità di abitare esattamente all’arrivo della discesa. Rientravamo bagnati fradici, tutti da cambiare, fino alle mutande, e da mettere ad asciugare davanti al camino, con le mani che frizzicavano per il contrasto tra il giocoso gelo e il protettivo calore domestico.
La domenica invece, quando la strada non era bloccata dalla troppa neve, si andava su a Marsia, dove c’erano ancestrali impianti di risalita. Andrea Blasetti, Pocalegge, Moretto e altri temerari si buttavano giù dritti per la Scagnola, pista nera ripidissima, piena di gobbe mai battute. Tappa a dir poco obbligata alla Capannella, per l’ustionante cioccolato dell’incommensurabile Middio Casale.
Di neve ne faceva tanta. I pupazzi di neve resistevano intatti fino ai primi caldi di primavera. Ci sentivamo buoni nel gettare tocchi di pane secco nel giardino innevato e vedere i passeracci che accorrevano affamati. Per uscire erano indispensabili i doposci, che acquistavamo dal buon Zeno. Il periodo di innevamento era talmente lungo che poi, quando tra il ghiaccio cominciavano a riaprirsi le prime chiazze di asfalto, avevamo qualche difficoltĂ a riabituarci a camminare con le scarpe normali, indurite per il non uso.
Tagliacozzo d’inverno era una cartolina in bianco e nero. Tutto era cupo e buio. Gli alberi secchi, il grigio della neve indurita, il nero del fumo. Ma quanto era divertente! La fontana dell’Obelisco era una composizione perenne di candelotti di ghiaccio. Con la “scigugliarella”, lunghe scivolate dopo una breve rincorsa, si partiva da Capo Piazza per arrivare fin oltre la metà , tra i rimbrotti dei negozianti preoccupati che i loro agognati clienti cadessero come birilli. Era così freddo che ci calavamo i cappelli di lana e tiravamo su la sciarpa, lasciando fuori solo una fessura per gli occhi. Spesso riparavamo, per scaldarci, nella sala d’attesa della stazione o, addirittura, abbracciavamo i termosifoni tiepidi di qualche chiesa.
Alla fine, la festa del 6 gennaio fu ripristinata e mi auguro, anche se con una fioca speranza, che la Befana sia tornata a visitare le notti di ansia e sogno dei bambini che sono venuti dopo di noi.
A Vincenzo Giovagnorio
quando era un bambino
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